( capitolo trentacinque ~ survival hope )In fondo, fu come morire. Ebbi l'impressione che tutta la mia vita sfilasse davanti agli occhi con una cadenza ritmata e fastidiosa. Quando la raggiunsi, e afferrai le sue dita diafane fra le mie, tirare fu istinto e sopravvivenza personale. La spinsi verso il basso, planando velocemente mentre la roccia si ricompattava furiosa quasi ad inseguirci. Sembrava bruciare di vita propria. Dovetti far scomparire le ali, per via delle altrimenti numerose ferite che avrebbero causato le cuspidi sporgenti della pietra in movimento. Quindi la forza di gravità ebbe la meglio portandomi a precipitare, non riuscendo a manovrare la caduta, vista la presenza di Lilith, che invece afferrò il braccio di mio padre, in tempo per bloccarsi. Damien poggiò Angelique, e si avventò addosso, afferrandomi per i fianchi, e con quella scusa lo sentii ancora adeso contro me, in un profondo abbraccio. Il suo cuore pulsava. Feroce diretto, preciso. Affondo la mano fra i miei lunghi capelli d'ebano, le labbra dischiuse per la fatica, e in quel momento alcune macchie di sangue sulla sua pelle non mi importavano neppure. Mi limitai a premere le dita contro lui, ad aumentare la presa sulla sua persona. Era lì, e potevo sentirlo, di nuovo. Non era finita, ma in quell'istante, fu come abbeverarsi ad una foce d'acqua purissima, per ritrovare una forza e un motivo per proseguire, che fosse valido.
«Rischio di morire davvero...» mormorò, prima che Angelique si sporgesse, a tirare il suo pantalone con la manina, così da fare intendere che non voleva esattamente rimanere fuori da quella stretta.

Damien la guardò, abbozzando un sorriso, uno dei suoi bellissimi sorrisi, e si chinò, prendendola in braccio, baciandole le guance quando la piccola cercò la sua insenatura speciale fra le braccia del padre, portandosi il pollice fra le labbra, per fare capire che sì, in quel momento era rilassata. La bimba, i suoi gesti, riuscirono a far calmare tutti, per quanto gli Arcangeli soprattutto restassero tesi, completamente propensi ad ascoltare i rumori all'esterno del nostro momentaneo campo di riposo. Ogni essere si era placato, fuori, e non era segno di grande positivismo, visto che tutti, sapevamo che Lucifero non poteva arrendersi, non in quel modo. Che non era plausibile. Sembrava che parlassimo tutti attraverso sguardi eloquenti, prima che la piccola si alzasse, quando l'angelo nero si accomodò, raggiungendo con passo ancora non perfettamente stabile, la figura di quello che era il nonno, Belial. Rimase curiosa, mentre lui ricambiava le sue occhiate. Angie sfiorò con un dito il suo viso, poggiando poi anche l'altra manina. Rise. La sua risata cristallina divampò nella grotta, portando a tutti un briciolo di speranza, di calma. D'amore. Trascorse il suo tempo ad esaminare i nuovi parenti, concedendosi alle carezze materne di Lilith che le sistemò le ciocche di capelli dorati e sottilissimi, a mimare una treccia sulla nuca. Poi convinse Michele ad assecondare la sua immaginazione, e Gabriel d'altro canto, materializzò ogni suo pensiero, facendola divertire. Era certo una situazione esilarante. Angeli e demoni, a condividere la stessa guerra, ad inseguire lo stesso pensiero. Strinsi la mano del mio compagno, adagiato vicino, cingendomi spontaneamente con un suo braccio, che mi sormontò le spalle. Respirava morbido fra le ciocche scure.
«Se usciremo vivi da questa situazione...» cominciò.
«Damien noi ne usciremo.» dissi io, perentoria. Mi fisso, perdendosi qualche istante in alcuni pensieri che non riuscii a decifrare, tanto erano ingarbugliati e assurdi. Scossi il capo, quando lessi una frase. E stavo per rispondere, ma il nostro cucciolo si intrufolò fra noi, stendendosi quasi, sbadigliando, e osservando il padre come in attesa. L'angelo nero scosse, così come scossi io, quando da fuori, i primi colpi furono uditi. Cercavano di infrangere le barriere. Socchiusi gli occhi, e la nostra figlioletta si raggomitolò maggiormente contro il papà, perdendo il suo sguardo in luoghi lontani, sforzandosi di non sentire. Damien mantenne calma, lucidità. E sollevò una mano, tenendo l'altra sull'orecchio di Angelique libero, visto che l'altro si adagiava sul torace, e mosse le dita, come a suonare uno strumento invisibile. Una musica melodiosa, articolata, di pianoforte si espanse. Stava suonando e dando forma all'amore per la sua bambina. Stava articolando la sua anima a sfrecciare su uno spartito intangibile, su tasti d'avorio non materiali. Eppure, anche nel silenzio, nella inconsistenza, in un paesaggio di morte e desolazione, di speranze perdute, riuscì a donare ad Angelique un sogno. Un sogno, che nella sua mente sentivo, sperava di poter cullare nella mente della sua bambina per sempre, visto che, all'alba, una delle possibilità era, che lui non ci sarebbe stato più.
*la canzone pensata è summer 78 di yann tiersen*
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